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La radioattività può essere già presente nella filiera alimentare

La contaminazione della filiera alimentare da parte dei radionuclidi è acquisizione abbastanza recente. I disastri nucleari hanno generato un aumento di attenzione anche verso le contaminazioni di bassa intensità dovute alle emissioni autorizzate degli impianti nucleari per la produzione di energia elettrica.
Dopo il caso di Chernobyl, i monitoraggi degli anni successivi hanno rilevato la presenza di radioisotopi nei terreni di ricaduta della nube fuoriuscita dal reattore e si è constatato che tramite le coltivazioni essi entravano nella catena alimentare.
Come per le altre possibili contaminazioni, anche per la radioattività si riconoscono due tipologie di  penetrazione: una acuta e una cronica.
Quella acuta, più grave e impattante, si verifica negli incidenti nucleari, con fuoriuscita di grandi quantità di elementi radioattivi e sollecita le autorità sanitarie a raccomandare, al resto, di evitare il consumo dei cibi che possono essere contaminati.
Quelle croniche sono più subdole perché praticamente non sono quasi rilevate se non per qualche motivo occasionale. Esse originano o nei tempi successivi ai casi acuti oppure sono la conseguenza dell'aumento della radioattività basale dovuta alle continue emissioni degli impianti nucleari civili, regolarmente autorizzati ad emettere una quota di isotopi radioattivi, in quanto è impossibile che così non avvenga.  Poiché gli isotopi radioattivi hanno un periodo di vita valutato in migliaia di anni, le emissioni continue si sommano anno dopo anno alle precedenti, aumentando la radioattività basale. Che non è uniformemente distribuita ma si concentra in localizzazioni particolari, non solo in base alla vicinanza o alla lontananza dagli impianti ma in relazione alla composizione orografica del territorio e alle correnti di aria.
La radioattività basale entra nella catena alimentare con i vegetali consumati dalle persone.
In questo momento non ci sono molte attenzioni al fenomeno, se non sporadiche e in alcune nazioni. Ad esempio in Germania si è rilevato che i cinghiali selvatici sono caratterizzati da un'alta radioattività, per cui se ne vieta il consumo.
In Italia non sono attivi piani accurati per verificare la situazione, sono in corso delle prove sperimentali per valutare la radioattività del latte in stalla.
I dati del latte di capra denunciano in Italia una preoccupante percentuale di radioattività da Cesio, attribuibile ancora al disastro di Cernobyl.
Di deve sottolineare che queste ricerche permetterebbero di valutare la commestibilità del latte e potrebbero servire per segnalare precocemente presenze di ioni radioattivi nell'ambiente. Se infatti i radioisotopi si depositano sui vegetali, gli erbivori, come i bovini, concentrano nel latte anche piccole quantità, diventando così sentinelle precoci dell'inquinamento.
Per quanto riguarda la contaminazione della filiera alimentare vi è da considerare che già ora in alcune nazioni, ad iniziare dagli Usa, si utilizzano radiazioni a bassa intensità per sterilizzare gli alimenti e prevenire le proliferazioni batteriche.  Su questi sistemi, definiti innocui, come spesso avviene, sembrerebbe necessario decidere tenendo presente il principio di precauzione proprio perché si conosce la pericolosità delle sostanze radioattive nella catena alimentare; estendere la pratica in maniera capillare, infatti, potrebbe significare dover nel futuro affrontare conseguenze gravi per la salute di tutti i cittadini. Vi è però da temere che approfittando della disattenzione dell'opinione pubblica il sistema prima o poi sarà introdotto anche in Europa e in Italia

 
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